lunedì 20 febbraio 2017

In tema di misure di prevenzione

Il sorvegliato speciale che è colto alla guida di un veicolo sprovvisto del titolo abilitativo, nel caso di specie perché revocato, viola sia la norma incriminatrice specifica e concernente tale comportamento, così come quella più generale che impone al medesimo soggetto – proprio per il suo status di sorvegliato speciale – di condurre una vita in maniera onesta e dunque nel rispetto di tutte le leggi. Scrivono i giudici: «Il sorvegliato speciale che conduca un veicolo senza patente […] viola quindi tanto il precetto specifico che tale comportamento vieta […] quanto quello, generico, di vivere onestamente e di rispettare le leggi derivante dal decreto […] che lo ha assoggettato a tale misura personale di prevenzione […] l'ambito di applicazione delle due disposizioni di legge non è, per quanto detto, sovrapponibile» (cfr. Corte di Cassazione, Sezione I Penale, Sentenza n. 7335/17; decisione del 6 dicembre 2016).

martedì 14 febbraio 2017

Dibattito sulla giustizia

Radio Radicale. Registrazione audio del dibattito alla presentazione del libro: “La tua giustizia non è la mia. Dialogo fra due magistrati in perenne disaccordo”, di Gherardo Colombo e Piercamillo Davigo (2016). Registrato a Venezia mercoledì 8 febbraio 2017. Breve recensione: «Un confronto serrato, una conversazione aperta e sincera, non priva di accenti polemici, sui temi più scottanti della giustizia in Italia. Grazie alla loro lunga esperienza, due tra i più noti magistrati del pool di Mani Pulite forniscono nel testo non soltanto una diagnosi scrupolosa dei tanti mali che affliggono la giustizia del nostro paese, ma avanzano suggerimenti e proposte di riforma, senza nascondere conflittualità e divergenze d'opinione, talvolta radicali. Lontani da ogni astrattismo, calati nella realtà della vita quotidiana, i loro interrogativi ci aiutano a capire perché le questioni più delicate e controverse che investono il mondo del diritto – le stesse che anno ispirato pensatori come Aristotele Kant, Sant'Agostino e Foucault – ci riguardano così da vicino. È la giustizia, infatti, che traccia i confini della nostra libertà. È la giustizia che indica il grado di civiltà di uno Stato e la cultura diffusa che permea le sue istituzioni. Ma quand'è che una legge può dirsi davvero "giusta"? Basta minacciare una pena per dissuadere il ladro o il truffatore dal commettere un reato? Il carcere è l'unica soluzione? È dunque più efficace educare o punire? Quanto è diffusa la corruzione in Italia, e come mai, nonostante la stagione di Mani Pulite e le tante inchieste che hanno svelato l'intreccio perverso tra politica e affari, non accenna a diminuire?».

Sul segreto di ufficio

La sentenza esaminata pone spunto per riaffermare il principio normativo richiamato in materia di segreto di ufficio, cui incombe l'obbligo di rispetto in capo al pubblico ufficiale, all'incaricato di pubblico servizio e comunque al dipendente pubblico più in generale. La decisione dei giudici di legittimità, confermando la sentenza di colpevolezza dell'imputato, mette l'accento su due norme specifiche: l'articolo 28 della Legge 7 agosto 1990, n. 241 (in materia di procedimento amministrativo e di diritto di accesso ai documenti amministrativi) e l'articolo 326 del Codice penale (Rivelazione ed utilizzazione di segreti di ufficio).
Nel primo caso: «L'impiegato deve mantenere il segreto d'ufficio. Non può trasmettere a chi non ne abbia diritto informazioni riguardanti provvedimenti od operazioni amministrative, in corso o concluse, ovvero notizie di cui sia venuto a conoscenza a causa delle sue funzioni, al di fuori delle ipotesi e delle modalità previste dalle norme sul diritto di accesso».

lunedì 13 febbraio 2017

Configurazione del mobbing

La Corte di Cassazione torna ad esprimersi sugli elementi tipici caratterizzanti la configurazione del mobbing. Infatti, richiamando precedenti pronunce, si ribadisce che «a tal fine devono ricorrere: a) una serie di comportamenti di carattere persecutorio - illeciti o anche leciti se considerati singolarmente - che, con intento vessatorio, siano posti in essere contro la vittima in modo miratamente sistematico e prolungato nel tempo, direttamente da parte del datore di lavoro o di un suo preposto o anche da parte di altri dipendenti, sottoposti al potere direttivo dei primi; b) l'evento lesivo della salute, della personalità o della dignità del dipendente; c) il nesso eziologico tra le descritte condotte e il pregiudizio subito dalla vittima nella propria integrità psico-fisica e/o nella propria dignità; d) l'elemento soggettivo, cioè l'intento persecutorio unificante di tutti i comportamenti lesivi» (cfr. Corte di Cassazione Civile, Sezione Lavoro, Sentenza n. 2142/17; decisione del 22 novembre 2016; deposito del 27 gennaio 2017).

Carcere duro

Con il comunicato stampa dell’8 febbraio 2017, la Corte costituzionale – pronunciandosi sul divieto da parte del detenuto ristretto nelle forme previste dall'articolo 41 bis dell'Ordinamento penitenziario – ha reso noto, anticipando la decisione presa in Camera di Consiglio in pari data (di prossima pubblicazione), la non fondatezza di incostituzionalità dell'art. 41 bis, comma 2 quater, lett. a) e c), Legge n. 354/1975 (Norme sull'Ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della libertà). Vale a dire, si legge nel comunicato: «nella parte in cui consente all'amministrazione penitenziaria, in base a circolari ministeriali del Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria, di adottare, tra le misure di elevata sicurezza interna ed esterna volte a prevenire contatti del detenuto con l'organizzazione criminale di appartenenza, il divieto di ricevere dall'esterno e di spedire all'esterno libri e riviste a stampa» (cfr. Ufficio Stampa Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, 8 febbraio 2017).

venerdì 10 febbraio 2017

Presunta trattativa

Fonte: Radio Radicale. Registrazione audio dell'udienza del processo sulla presunta trattativa Stato-mafia, tenutasi a Palermo venerdì 10 febbraio 2017 (Aula Bunker Ucciardone). Tra l’altro, sono riportate le dichiarazioni spontanee rese da Nicola Mancino (1931) il quale, a domanda specifica del Presidente della II sezione della Corte d'Assise del Tribunale, l’ex presidente del Senato sceglie di non farsi interrogare non prestando il dovuto consenso. Link segnalato per finalità didattiche.